• 03Apr

    Quando parliamo di un prodotto su queste pagine cerchiamo di farlo nel modo più equilibrato possibile, dopo averlo usato e testato in applicazioni reali, in modo da offrire informazioni utili per chi non lo conosce e magari abbia intenzione di acquistarlo.
    Nel caso del Distressor dobbiamo da subito dire che il nostro punto di vista non sarà troppo equilibrato visto che questa macchina viene utilizzata praticamente in ogni occasione possibile dal sottoscritto. Potremmo anche spingerci fino a dire che è quasi impossibile fargli emettere un cattivo suono, a prescindere dalla qualità audio che gli viene passata.
    Esagerato? Forse si, ma non ci sembra di essere gli unici ammiratori del Distressor visto che è presente praticamente in ogni studio sulla faccia della terra.
    Chiariamo fin dal principio che non si tratta di un compressore ‘trasparente‘, ma di un processore che lascia una impronta (o meglio diverse possibili impronte) ben udibile nella traccia audio in cui opera.
    Già dalle note tecniche della casa produttrice, la Empirical Labs, si capisce quale sia la sua aspirazione: dare il ‘calore’ ed il ‘colore’ della registrazione analogica alla registrazione digitale. Niente di meno!

    Il Distressor è una macchina analogica, ma i suoi controlli sono digitali, ed è possibile  attivare o disattivare i diversi circuiti presenti nella macchina in maniera da cambiare il tipo di sonorità che la compressione imprime.
    Tra i controlli, oltre ai canonici Attacco e Rilascio, ci sono l’Input, che funziona più o meno come la soglia di altri modelli di compressori, e l’Output cioè il livellamento finale del volume in uscita.
    Diverse Ratio di compressione sono possibili, ognuna con una sua impronta particolare, dalla leggera 2:1 fino all’estremo settaggio chuiamato di Nuke, che annichilisce qualsiasi tipo di dinamica presente nel segnale.
    Per ‘scaldare‘ ulteriormente il suono è possibile inserire anche una distorsione armonica di due tipi: di seconda armonica per imitare l’effetto delle valvole e di terza armonica per avvicinarsi al nastro.

    Le applicazioni pratiche che il Distressor sono moltissime.
    Su strumenti musicali dal suono percussivo e caratterizzati da transienti (picchi di suono) come il rullante e la cassa della batteria è possibile modificare la lunghezza degli attacchi e dei rilasci in maniera da ‘gonfiarli’ e allungarne la durata, ma anche viceversa evidenziarne soltanto i primi millisecondi.
    Sulla voce l’effetto può essere quello di dare una ‘pastosità‘, una sorta di confezionamento che la rende più piena, rotonda e controllata, smussandone gli angoli.
    L’elenco dei possibili beneficiari è molto lungo, ci limitiamo a dire che l’abbiamo sperimentato con successo su chitarre acustiche, vibrafoni, pianoforti, sassofoni, trombe, flauti e quant’altro.