• 19Feb

    L’espressione ‘in presa diretta‘ significa registrare un gruppo di musicisti tutti insieme, un pò come fosse un concerto dal vivo, e non come è purtroppo diventata consuetudine ai giorni d’oggi, uno dopo l’altro in maniera separata.
    Questo modo di registrare un insieme di musicisti allo stesso momento è stato per decenni l’UNICO modo, perchè la tecnologia non consentiva altre alternative. Se pensiamo per esempio a tutto il vastissimo catalogo della Motown records, da Aretha Franklin a Stevie Wonder alle Ronettes, non possiamo che convincerci della validità di tale approccio.
    In Motown funzionava così: un team di scrittori componeva i pezzi e gli arrangiamenti, che venivano poi trascritti su spartito, questi ultimi venivano dati ai musicisti di studio, che spesso li vedevano per la prima volta poco prima della registrazione.
    Al momento di registrare tutta la band ED IL/LA CANTANTE si sistemavano in apposite aree dello sala di registrazione, per minimizzare il cosiddetto bleeding (i rientri di altri strumenti sui microfoni), e via.. tutti insieme.
    Ogni volta che ascoltate ‘I say a little prayer‘, ‘Stop in the name of love‘ o ‘Tracks of my tears‘ state ascoltando un magnifico esempio di ‘presa diretta’, la testimonianza di una interpretazione musicale d’insieme che rimane nel tempo, e che francamente ricava parte della sua magia proprio da questo.
    Ovviamente nessuno vuole demonizzare le nuove tecnologie ed i vantaggi che offre la registrazione ‘isolata’ dei singoli musicisti, ma ci sono molti elementi che fanno ancora oggi fanno pendere l’ago della bilancia verso un approccio ‘di gruppo‘.
    Prima di tutto il fatto che se si tratta di bands, registrare tutti insieme funziona quasi sempre meglio, specialmente per la sezione ritmica, che è ovviamente abituata dalla sala prove e dai concerti ad avere una certa intesa che è basata su molti dettagli anche visivi o su segnali particolari.
    Infatti, spesso il cosiddetto groove si ottiene solo in questo modo e non ricomponendo insieme tutte le parti separate in un secondo momento. E’questo il discorso del famoso ‘interplay’ tra musicisti, che non può ovviamente realizzarsi se un musicista sovraincide la sua parte su tracce già esistenti.
    Poi c’è anche un fattore confidenza da non sottovalutare, visto che non sempre essere in grado di sentire tutti i dettagli del proprio suono, in qualche modo isolato dal resto, è un fatto positivo. Sovraincidendo e ascoltandosi in cuffia infatti si possono percepire dettagli del suono molto ingigantiti che potrebbero influire negativamente sulla esecuzione, proprio perchè il musicista non è abituato a sentirli.
    Rimane da considerare il fattore tempo, infatti se il musicista sa di avere a disposizione infinite possibilità tenderà ad essere meno concentrato e focalizzato ed a perdere un pò di quella tensione necessaria.
    Nel 90% dei casi andare oltre i 5 tentativi di ripresa di una stessa parte musicale porta al totale degradamento della performance: in parole povere nel rifare la stessa parte molte volte di seguito non la si migliora, anzi spesso le prime tre versioni registrate sono le più efficaci.
    Quest’ultimo discorso si riallaccia al fatto, citato in precedenza, che lo studio di registrazione non è una sala prove.
    Ci sono molte tecniche, consigli e dettagli riguardo alla registrazione in presa diretta, li approfondiremo in altri articoli che pubblicheremo presto!