• 21Sep

    Per parlare della carriera di Tina Turner ci vorrebbe una intera enciclopedia, dai fasti degli anni ’60 con il duo Ike & Tina, al declino ed alla rinascita negli anni ’80. Dal rapporto burrascoso col marito Ike Turner, da cui addirittura fuggì nel 1976, alla conversione al buddismo alle battaglie legali per i diritti delle canzoni, la vita di Tina non è stata sicuramente noiosa.
    Uno dei momenti di svolta più importanti è stato sicuramente il successo mondiale di What’s Love Got To Do With It?
    Per il suo nuovo disco, nel 1984, furono chiamati il produttore inglese Terry Britten ed il fonico John Hudson che in quel momento stava collaborando con gli Ultravox.
    Britten aveva registrato alcuni pezzi nel suo studio e li aveva inviati al manager di Tina Turner, Roger Davies, che li aveva graditi al punto di ingaggiarlo come produttore.
    Uno di quei pezzi era  What’s Love Got To Do With It? , cantato dallo stesso Britten nella versione demo, registrata con una drum machine Linn 2, un basso Fender Jazz ripreso in direct input ed una Telecaster suonata su di un amplificatore Vox e microfonata con Shure SM57 e AKG C12.
    La cosa più interessante è che una volta in studio fu riregistrata la batteria, ma tutte le parti di basso e chitarra furono utilizzate nel missaggio finale.
    Per registrare la voce di Tina Turner, che è molto dinamica, Hudson decise di utilizzare due microfoni, un Neumann U67 vicino alla cantante ed un AKG C12A più distante, in questo modo veniva risolto il problema delle parti più potenti della canzone. La voce di Tina è talmente potente infatti da mandare in distorsione qualsiasi microfono da vicino: non è certamente una che si risparmia.
    Grazie alla tecnica di utilizzare due microfoni in missaggio non fu necessario comprimere più di tanto le aprti vocali, se non con un minimo di a Teletronix LA2A, giusto per ridurre alcuni picchi estremi di volume. L’idea di Hudson è che quando un cantate urla NON si dovrebbe MAI usare la compressione, perchè l’effetto che si ottiene è il contrario di quello che egli sta esprimendo.
    In questi casi la sua soluzione è quella di microfonare la voce più da distante, senza schiacciarne la dinamica, ottenendo un suono più libero.
    Questo, tra parentesi, è esattamente il contrario di quanto viene fatto nella maggior parte della musica prodotta al giorno d’oggi: ci siamo talmente abituati alla compressione che non ce ne accorgiamo neanche. Così, l’errore di fondo è pensare che la compressione faccia parte del cosiddetto ‘suono professionale’ e che sia impensabile lasciare dinamica nei missaggi o nelle tracce vocali: niente di più falso.
    Ritornando alla canzone di Tina Turner l’arrangiamento fu completato dalle parti di tastiera di Nick Glennie-Smith, che suonava una Yamaha DX7, un Oberheim OB8 ed unaa Roland MKS80.
    Alla batteria fu chiamato il session man Graham Jarvis, che per motivi di separazione sonora fu fatto suonare ‘a spezzoni’, cioè ogni parte della batteria in maniera separata: prima la cassa, poi il rullante etc.
    La canzone fu infine mixata ai  Mayfair Studios si di una console SSL 6000.