• 30Oct

    Nella gloriosa e pluridecennale carriera di Lou Reed, soltanto una delle moltissime canzoni che ha scritto è riuscita ad entrare nelle prime posizioni delle classifiche, si tratta di Walk on The Wild Side, una sorta di manifesto di liberazione gay che nel 1972 fece scandalo per alcune frasi contenute nel suo testo. L’invito a camminare nel wild side, nel lato selvaggio, fa parte del messaggio di liberazione sessuale di cui il cantante era portatore, con connotazioni varie legate anche alla celebrazione dell’uso della droga e a sperimentazioni artistiche estreme legate a doppio filo con il grande Andy Warhol, che era stato grande estimatore e mecenate del primo gruppo di Reed, i Velvet Underground.
    Insomma un personaggio che fa della provocazione il suo pane quotidiano e che non si preoccupa di dare scandalo, in contrasto con l’immagine rassicurante che in genere i cantanti da classifica esibiscono.
    Walk On The Wild Side rimane subito impressa per l’orecchiabilità del suo ritornello, ma anche per una serie di intelligenti arrangiamenti come la linea di basso in glissando suonata dal turnista Herbie Flower o all’originale coro femminile che diventa un elemento fondamentale nella riconoscibilità del pezzo.
    Nonostante sia americano Lou Reed aveva un grande amore per l’europa ed in particolar modo per la Gran Bretagna,la musica inglese e per David Bowie, perciò decise di venire a registrare il suo secondo album da solista, Transformer, a Londra, con produzione dello stesso Bowie e di Mick Ronson.
    In quel periodo il tecnico del suono che stava collaborando con Bowie era Ken Scott, che aveva in passato lavorato nientemeno che con i Beatles ad Abbey Road, e che di solito lavorava in uno studio di registrazione di Soho chiamato Trident Studio.
    Il trident aveva una grande sala ripresa capace di contenere oltre 45 musicisti, che a Scott ricordava proprio quella degli Abbey Road ed era dotato di monitors della Tannoy, di compressori LA-2A e 1176 oltre che di un riverbero EMT.
    Anche dal punto di vista dei microfoni lo studio era provvisto di tutto il necessario: durante le sessioni di registrazione di Transformer la batteria suonata da Ritchie Dharma fu ripresa con un AKG D-12 sulla cassa, un SONY C-38 sul rullante ed un singolo microfono panoramico BEYER M160, con una classica tecnica a tre microfoni.
    Sul contrabbasso di Herbie Flowers fu posizionato un Neumann KM 56, attorno al quale fu arrotolata della spugna, e che fu fissato sotto il ponticello dello strumento.
    La chitarra acustica suonata da Mick Ronson fu registrata con due AKG C-12, mentre l’elettrica con un Neumann U67 sull’amplificatore.
    Dopo avere registrato la base tutti assieme furono inseriti alcune tracce ulteriori: per esempio il glissando del contrabbasso fu doppiato anche con un basso Fender.
    Poi toccò alla voce di Lou Reed, che cantò su di un Neumann U67, compresso con un limiter 1176, mentre il tocco finale alla canzone lo dettero i cori femminili, eseguiti dalle Thunder Thighs, sempre registrate con un U67.
    La canzone fu mixata dallo stesso Ken Scott con una tecnica che lui stesso aveva dovuto sviluppare, visto che non aveva un assistente di studio: in pratica egli divise il pezzo in sezioni indipendenti che poi riversò su nastro a due tracce.
    Alla fine prese le varie sezioni e tagliò e incollò il nastro insieme in modo che la canzone fosse completa…. altri tempi, decisamente!