• 20Apr

    Ci sono dischi che in qualche modo riescono a definire più di altri l’epoca in cui vengono registrati e vengono a posteriori classificati come ‘classici’ perchè riassumono il proprio tempo, vuoi per i gusti del pubblico, vuoi per le sonorità, vuoi per le canzoni particolarmente ispirate che contengono.
    Altri dischi invece più che definire il loro presente sembrano essere proiettati verso un tempo futuro, che influenzeranno in maniera importante proprio grazie alle nuove soluzioni che contengono e pur senza avere stratosferici successi commerciali piantano dei semi che rimarranno come riferimento per moltissimi altri artisti .
    Ok Computer dei Radiohead rientra in quest’ultimo gruppo, e rappresenta un importante spartiacque per la musica rock degli anni ’90, tanto che la sua influenza si farà sentire ancora forte per tutta la prima decade del 2000.
    Dal primo secondo di ‘Airbag‘ all’ultimo istante di ‘The tourist‘, nei suoi 52 minuti di musica spesso complessa sia dal punto di vista armonico che ritmico, il terzo disco dei Radiohead sembra ‘fare corsa a se’, masticando tutta una serie di riferimenti musicali e risputandoli in un collage coerente, a volte melanconico, a volte rabbioso, ma sempre in perfetto equilibrio.
    Ecco quindi echi di Ennio Morricone, assieme a furiosi campionamenti ispirati da DJ Shadow, combinati al glorioso Mellotron così tipicamente progressive, tutti elementi che presi insieme tendono a demolire quell’idea di  rassicurante brit pop che a metà anni ’90 dominava le classifiche di mezzo mondo e di cui assieme ad Oasis, Blur e molti altri, gli stessi radiohead si erano in parte fatti portabandiera nel loro precedente ‘The Bends’.
    Il titolo ‘OK computer‘ è già un primo segnale di sfasamento rispetto al passato, ed implica una accettazione della sperimentazione elettronica che vedrà il suo apice nel successivo ‘Kid A’, ma per il momento questa accettazione non significa un distacco da quell’istinto melodico di cui il disco del 1997 è impregnato.
    Proprio questo ultimo motivo lo rende in qualche modo intergenerazionale, gradito sia dai teenagers in cerca di un sound sporco, aggressivo e senza compromessi da classifica, sia da un pubblico adulto che apprezza fino in fondo tutti i suoi riferimenti al passato senza scimmiottamenti.

    L’intenzione iniziale dei Radiohead per il loro terzo disco era quella di registrarsi da soli, senza alcuna persona esterna ad influenzare il loro processo creativo ed in modo da essere totalmente liberi di sperimentare e definire il proprio suono.
    Come nella maggior parte dei casi il tentativo di un gruppo di ‘sdoppiarsi’, cioè essere sia musicisti che fonici/produttori di se stessi, fallì miseramente.
    Alla fine, dopo avere fatto comprare alla Parlophone una serie di microfoni e varia attrezzature da studio, il gruppo decise di affidarsi al fonico che aveva fatto da assistente a John Leckie durante le sessioni di ‘The Bends’, e con cui avevano instaurato una forte complicità: Nigel Godrich.
    Nigel Godrich era più o meno loro coetaneo, aveva studiato alla SAE (School of Audio Engineering) di Londra ed il progetto più importante a cui aveva lavorato fino ad allora era stato proprio The Bends, perciò accettò con entusiasmo l’opportunità.
    Le prime sessioni di registrazione si svolsero nella campagna attorno ad Oxford, in una sala prove nel ‘mezzo del nulla’ che si rivelò presto inadeguata soprattutto dal punto di vista logistico. Fu così che lo studio mobile, acquistato con gli anticipi della Parlophone, fu spostato in una bellissima villa di campagna vicino a Bath, ben servita e molto più comoda.
    A detta di Godrich la sala regia fu approntata nella vecchia libreria, mentre uno dei grandi saloni principali diventò la sala ripresa.
    Nonostante la presenza di un computer con Pro Tools le registrazioni furono eseguite nella maggior parte dei casi su nastro a due pollici, con un registratore a 24 piste Otari MTR-90II e con una limitata selezione di microfoni, essendo il fonico poco propenso a ricercare chissa quale soluzione  esoterica di apparecchiatura. Nigel Godrich si auto-definisce come ‘uno che bada al sodo’ e a cui non interessa più di tanto se utilizzare questo o quel modello di microfono: l’importante è che il suono sia buono all’origine. Per questo motivi è raro sentirlo parlare di attrezzatura in maniera dettagliata.
    Quello che si sa delle sessioni di ‘OK Computer’ è che la voce di Thom Yorke fu registrata quasi sempre con un Neumann U47 a valvole, a volte con un Rode sempre a valvole, e che ad essa prima di essere registrata fu applicata compressione da un Urei 1176 oltre che un pò di equalizzazione Pultec.
    Inoltre le chitarre furono quasi sempre riprese con un classico shure SM57, che utilizzato anche per il rullante  della batteria.
    Il disco fu mixato presso gli studi Air di Londra, usando come ascolto principale un paio di Yamaha NS10, che Godrich giudica un ‘attrezzo da lavoro, che non devono abbellire il suono, ma dirmi cosa sta succedendo ad esso’. Un punto di vista comune a molti grandi fonici.

    ‘Ok Computer’, nonostante le perplessita’ della casa discografica, fu un grande successo di vendita e raggiunse il numero uno della classifica inglese ed il numero tre di quella americana durante quella lontana estate del 1997. Un risultato incredibile per un disco senza singoli adatti alla radio, infatti il primo singolo estratto fu ‘Paranoid Android‘, esattamente l’opposto di quei 3 minuti di pop strofa/ritornello che le radio richiedono. Come abbiamo già scritto l’eredità di questo disco è ancora ben viva in moltissime delle nuove produzioni di rock alternativo e la sua ricerca del suono, i suoi testi, le strutture delle sue canzoni sono tra gli elementi che concorre a farne probabilmente un ‘classico’ ante litteram del nuovo milennio.