• 24Mar

    Andare a ricercare il modo in cui alcune pietre miliari della musica furono registrate e prodotte è una operazione molto interessante ed istruttiva, e probabilmente il disco Sgt. Pepper dei Beatles è quello che più di ogni altro ha lasciato una eredità fondamentale, ancora oggi, nelle tecniche di registrazione e produzione dell’audio nell’ambito pop/rock.

    Il grande artefice, la mente creativa dietro all’ispirazione visionaria di quel capolavoro, è Geoff Emerick, il fonico che abbandonò tutte le convenzioni, tutte le regole a cui il processo della registrazione era legato strettamente fino a quel momento per provare nuove tecniche, o spingendo quelle vecchie oltre i limiti.
    A questo proposito Geoff Emerick era stato scelto ed istruito proprio dalla casa discografica EMI per assecondare ogni esigenza dei Fab Four, insomma gli era stata data una licenza di sperimentare di cui approfittò a piene mani.
    Da quanto si ricava dalle interviste successive le indicazioni che il gruppo forniva erano tutt’altro che precise e spesso John Lennon si limitava a dire ‘deve suonare in maniera diversa‘ ma senza dare alcuna spiegazione specifica su cosa intendesse. Da questo punto di vista non c’era nessun limite, ed i Beatles erano pronti a sperimentare tutto ciò che veniva loro proposto.
    Per un epoca dove ai fonici di norma veniva ancora imposto di indossare giacca e cravatta, tutto ciò era veramente rivoluzionario, infatti molti da principio non accettarono e criticarono pesantemente il ‘suono nuovo‘.

    Una delle costanti che caratterizzano il disco è l’utilizzo del close miking, cioè di microfonare gli strumenti molto da vicino, cosa che le tradizionali tecniche aborrivano e che diede risultati molto particolari soprattutto sui suoni di batteria. Accoppiato con una forte riduzione della dinamica infatti il close miking diede un impatto potente e molto ben delineato al drumming di Ringo. Questo modo di processare i suoni di cassa e rullante sono ancora molto usati nelle produzioni odierne, tanto per capirne l’importanza.
    Lo stesso principio fu usato per registrare i fiati, per i quali addirittura il microfono fu inserito all’interno del corpo dello strumento, registrando un suono assolutamente innaturale.

    Un altra tecnica utilizzata fu quella di duplicare la voce di John Lennon, per poi sfasare leggermente sia il tempo sia il tono del duplicato, in modo da ingrossarne il suono. Fino ad allora normalmente i cantanti dovevano registrare la canzone una seconda volta, ma John, a detta di Emerick era troppo pigro per ricantare per cui si pensò a questa soluzione, che a sua volta diventerà uno standard.
    Ci sono centinaia di dettagli tecnici e curiosità che riguardano la registrazione di questo album storico, in questa sede ci accontentiamo di ricordarlo e celebrarlo con pochi spunti, ma per chi volesse approfondirne la conoscenza prima di tutto ne consigliamo l’ascolto!