‘Pet Sounds‘ dei Beach Boys è l’album preferito di Paul McCartney, che non nega di essersi ispirato molto a quel disco, e già questo basterebbe a decretarne la fondamentale importanza per la musica nell’ultimo mezzo secolo. Aggiungiamo che il dettaglio è ancora più interessante leggendo ciò che Brian Wilson dichiarava ai tempi della registrazione dell’album, e cioè di essere rimasto molto impressionato nell’ascoltare ‘Rubber Soul’ dei beatles.
McCartney è ovviamente in buona compagnia nel foltissimo gruppo degli estimatori dell’undicesimo album della band americana, tanto che esso è spesso al primo posto nelle lista dei dischi più influenti di sempre che vengono periodicamente compilate da riviste specializzate.
Il fascino immortale di questo disco sembra derivare da uno dirompente sfogo creativo di Brian Wilson, che in quel lontano 1966 volle sperimentare in maniera decisa nuove tecniche di composizione e di registrazione, decidendo di dare un netto taglio a quello che i Beach Boys avevano rappresentato fino ad allora.
Per prima cosa instaurò una nuova collaborazione con Tony Asher, un giovane scrittore di testi che si era specializzato in jingles pubblicitari, e che aveva incontrato precedentemente in studio di registrazione. Tony Asher comparirà nei crediti di quasi tutte le canzoni del disco e risulterà una sorta di alter ego di Wilson.
Anche dal punto di vista musicale il cambiamento fu notevole con l’introduzione di una serie di improbabili strumenti come campanelli di biciclette, bottiglie di vetro, fischietti per cani assieme a suoni più ricercati come il theremin ed i flauti traversi.
Gli arrangiamenti divennero molto sofisticati ed a sottolinearlo ci sono due brani totalmente strumentali come “Let’s Go Away for Awhile” e “Pet Sounds”.
Insomma un nuovo corso che non mancò di generare contrasti all’interno del gruppo, chè però non sfociarono mai apertamente in malumore.
Le registrazioni di ‘Pet Sounds’ si svolsero a cavallo tra il 1965 ed il 1966 per un periodo di oltre 6 mesi, in diversi studi di registrazione di Los Angeles e con un unico produttore… Brian Wilson, aiutato a turno dai fonici Larry Levine, Ralph Balantin, Bruce Botnick, Chuck Britz e Bowen David.
La grande ambizione del leader dei Beach Boys era quella di riprodurre il leggendario ‘wall of sound’ di Phil Spector, da cui aveva imparato varie tecniche di produzione e che ora voleva sfidare nel suo stesso campo. Esattamente come da dettami di Spector il suono dei missaggi finali del disco doveva essere riversato su di un unico canale: nei missaggi originali Pet Sounds è infatti in mono, anche se in un secondo momento la casa discografica rimixerà alcuni pezzi in stereofonia.
All’epoca un registratore a 4 piste era già un lusso, ed in tutta Los Angeles esisteva un unico studio equipaggiato con un 8 piste, per cui la maggior parte delle riprese fu effettuata in un 4 tracce sommando le nuove parti mano a mano che venivano registrate. Insomma a quei tempi il missaggio si cominciava già dalla registrazione e bisognava stare molto attenti perchè una volta eseguito il cosiddetto ‘bounce’ non si poteva più tornare indietro.
Durante le fasi di scrittura volutamente le idee musicali e le melodie tendevano a sembrare semplici ed immediate, ma nella fase di arrangiamento e sperimentazione Wilson sperimentava in tutti i modi possibili, sovraincidendo più volte i i suoni di basso, chitarra e tastiere ed avventurandosi in arditi arrangiamenti. Soprattutto per le parti vocali egli aveva una scrupolosità al limite della follia e poteva arrivare a ri-registrare lo stesso pezzo per decine e decine di volte, fino ad arrivare al risultato che si era prefissato.
Tutto questo amore per i dettagli era controbilanciato da una chiara visione generale, che diede al disco il giusto equilibrio, senza eccessi o autocelebrazioni.
‘Pet Sounds‘ è da molti considerato il primo ‘concept’ album della storia, cioè un insieme di canzoni legate da una visione comune, una raccolta di riflessioni sul raggiungimento dell’età adulta, sull’amore e le sue ansie e contraddizioni, dopo i fuochi artificiali di ‘California girls’ e ‘Barbara and Ann’.
Non a caso i risultati di vendita, seppure lusinghieri, non eguagliarono i precedenti: infatti un processo di selezione stava allontanando il pubblico interessato solamente al lato carnevalesco/adolescenziale della band in favore di un publico piu’ specificatamente interessato a musica di qualita’.
