• 28Apr

    Achtung Baby degli U2 è forse il disco pop/rock che segna in maniera definitiva la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, una sorta di disco spartiacque pubblicato proprio da una delle bands che avevano meglio colto lo spirito del decennio precedente.
    Tutta una serie di influenze sotterranee e di tendenze musicali covate specialmente nel’underground della seconda metà degli anni ’80 vengono infatti a galla, in un disco di una rock band avezza ai primi posti delle classifiche di vendita e che fino ad allora non si era mai avventurata in alcuna sperimentazione.
    Ma all’improvviso Bono e compagni sembrano accorgersi che tutta la scena musicale attorno a loro sta cambiando, che tutte le formule care alla discografia del decennio appena concluse sono messe in discussione e che una nuova era si sta aprendo sotto l’influenza di contaminazioni musicali molto più estreme.
    La montante marea del rock alternativo americano, la vivace scena inglese di Manchester capitanata da bands come Stone Roses e Charlatans, la sperimentazione elettronica di molta musica dance ed i primi successi della musica Industriale, sono tutti elementi che lasciano una profonda impronta nel disco della band irlandese.
    Prodotto da Daniel Lanois e Brian Eno, assistiti dai fonici Flood e dal giovane Robbie Adams, Achtung Baby è figlio dell’ atmosfera politica che influenza la fine degli ’80 ed i primissimi anni ’90, con in primo piano la caduta del muro di Berlino che provoca un forte sentimento di rinascita e liberazione opposti al precedente sentimento di divisione  e di conflitto.
    Non a caso proprio Berlino viene scelta come città dove iniziare i lavori del disco, più precisamente gli Hansa Studios dove Brian Eno aveva già lavorato alla famosa trilogia con David Bowie, andando ancora più nel dettaglio i nostri utilizzeranno la stessa sala dove era stato registrato ‘Heroes’ .
    Brian Eno tra l’altro lavorerà a fasi alterne al progetto, facendo più che altro da supervisore, essendo contemporaneamente impegnato in altri progetti ed essendo impossibilitato a presenziare a tutte le sessioni, ma proprio questo gli permetterà di conservarne una visione più distaccata e disincantata rispetto agli altri, visto che le registrazioni sono durate più di un anno ed hanno vissuto fasi alterne di grande entusiasmo ma anche di grande negatività.

    E’ interessante leggere la descrizione che da lo stesso Eno del processo creativo utilizzato dagli U2: all’ inizio registrarono decine di varie idee incomplete, basate su spunti musicali o su ispirazioni momentanee e poi in un secondo momento selezionarono quelle su cui lavorare e concentrarsi. Non un vero e proprio processo di songwriting quindi, ma una vera e propria collaborazione di gruppo, in cui qualsiasi riff, spunto melodico o ritmico vengono salvati per poi, a distanza di tempo, essere ripresi o scartati a seconda della direzione generale che si vuole seguire.
    Nel caso di Achtung Baby la voglia di rompere col passato era tale che furono compilate due liste di parole e definizioni che avrebbero deciso quali idee e suoni fossero da mantenere e quali invece da scartare.
    Quando qualcosa suonava ‘sporco‘, ‘scuro‘ , ‘sexy’, ed ‘industriale‘ allora andava bene, se invece suonava ‘dolce‘, ‘onesto‘, ‘lineare‘ ,’educato‘ ‘come gli U2‘ o ‘come se fosse in studio di registrazione‘ allora veniva scartato.
    Niente di cui stupirsi se si considera che tra la musica ascoltata dal gruppo in quel periodo figuravano bands come My Bloody Valentine, Nine Inch Nails e The Young Gods, che facevano della dissonanza e della distorsione i loro cavalli di battaglia.
    Proprio questo nuovo interesse per il suono estremo porterà Bono e compagni a coinvolgere i fonici ed i produttori direttamente nel processo creativo, facendo rimbalzare idee e suoni in uno scambio continuo che aiuterà molto la loro ispirazione, aprendo nuove vie impensabili con metodi più ortodossi.
    Un’ altra delle componenti sotterranee che permeano il disco è quella Soul, R&B, ed in generale della musica anni ’60, ammirata per la sua spontaneità e per alcune sue ingenuità ed  imperfezioni, e che viene opposta alla fredda ed impersonale perfezione che caratterizzava (e caratterizza tuttora) le produzioni pop/rock.
    Da sottolineare che questo amore per il Soul ed il R&B già aveva fatto capolino in maniera esplicita in passato, grazie anche alla collaborazione con BB King e la sua band.
    Invece dal punto di vista del nuovo disco si trattava di riguadagnarsi quella onestà e sincerità che viene persa durante tutte le ottimizzazioni del processo creativo, nelle fasi della registrazione, dell’editing, della cura maniacale per ottenere risultati perfetti ma che spesso risultano sterili.
    Insomma quando cominciarono a registrare gli U2 avevano le idee piuttosto chiare su quello che non volevano creare, cioè un altro disco come ‘The Joshua Tree’ o ‘Rattle and Hum’.
    A tal riguardo divenne famosa la risposta che i 4 diedero ad un intervistatore che chiedeva loro come sarebbe stato il nuovo album: ‘stiamo abbattendo The Joshua Tree‘ , con un gioco di parole sull’abbattimento del famoso albero cui il vecchio disco doveva il nome.

    Per mettere le cose in prospettiva gli U2 nel 1990 arrivavano da un periodo di pausa senza concerti di oltre un anno e con forti dubbi riguardo alla loro collocazione nell’allora attuale scena musicale, in grande fermento. Questo anche perchè la loro proposta musicale era rimasta legata nei dischi precedenti ad un sound molto retrò, frutto della collaborazione con il produttore Jimmy Lovine che aveva ben poco appeal sulle nuove generazioni. Quindi la scelta di rivoluzionare il suono era anche una esigenza di rimodernizzarsi e riproporsi in maniera più convincente ed al passo coi tempi.
    L’inizio a Berlino fu tutt’altro che esaltante perchè il gruppo era letteralmente spaccato in due con Bono e The Edge totalmente convinti di questo ‘nuovo corso’ e spalleggiati da Eno, mentre Mullen e Clayton tendevano a spingere in direzioni molto più classiche assieme a Lanois. Il clima di tensione raggiunse limiti pericolosi durante  le prime settimane finchè quasi magicamente tutto si sistemò grazie ad un momento di ispirazione collettiva dal quale nacque ‘One‘.
    La canzone in origine era un semplice cambio di accordi suonato da The Edge, attorno al quale uno alla volta i membri del gruppo costruirono le loro parti. Da quel momento in poi l’atmosfera cambiò e tutti si resero conto che il momento di stallo era stato superato e la strada da seguire per il nuovo disco era stata tracciata.
    In ogni caso dopo tre mesi nella capitale tedesca fu deciso di continuare le registrazioni vicino a casa, a Dublino, in uno studio approntato nel castello di Elsinore dove tutti si ritrovarono più a proprio agio soprattutto perchè potevano vedere le proprie famiglie.
    Daniel Lanois cercò dal canto suo di massimizzare il suo celebre detto “a good performance equals a good mix” (una buona performance significa un buon mix), spingendo i membri della band a rendere al massimo e curando invece in maniera più approssimativa i dettagli tecnici della registrazione: in molte delle tracce del disco sono presenti rientri provenienti da altri strumenti, oltre che rumori di fondo non precisati, che però sono stati lasciati anche nei missaggi finali per concretizzare ancora di più quella idea di ‘suono sporco’ dalla quale era partito il progetto.
    La mole di lavoro fu tale che a dare una mano a Lanois ed Eno fu chiamato anche Steve Lillywhite che aveva già lavorato con la band in passato e che diede il suo contributo anche dal punto di vista creativo.

    Dal punto di vista tecnico si sa quasi tutto di quelle sessioni. La console utilizzata era una Neve EMI degli anni’70, un pezzo unico, con 36 inputs. Il registratore un Otari MTR100 a 24 tracce, mentre i monitors da studio erano una coppia di Westlake BBSM12 assieme alle immancabili NS10 della Yamaha.
    A testimoniare una volontà precisa di ottenere un suono efficace e sporco la batteria fu spesso registrata con soli 3 o quattro microfoni. Un Neumann U47 sulla cassa, uno SHURE SM57 sul rullante ed uno SHURE SM58 come panoramico… questo si chiama sperimentare!
    Flood a volte aggiungeva un AKG 414 un pò più lontano dal kit oppure un AKG 451 sul charleston, se c’era bisogno rispettivamente di più ambiente o di più hi-hat, ma la configurazione base dei microfoni era quasi totalmente monofonica.
    Anche per la chitarra ed il basso fu seguito un approccio minimale con un classico SHURE SM57 posto in prossimità dell’amplificatore AC30 di The Edge ed un AKG 414
    posto ad un metro e mezzo di distanza circa. L’amplificatore di Adam Clayton fu registrato con un Neumann U47 e con una uscita diretta dalla sua testata.
    Come si sa il microfono preferito di Bono è un poco costoso SHURE SM58, che utilizzò anche in questo caso, a sua volta trattato con un compressore SUMMIT.
    Tra le varie attrezzature utilizzate risultano anche uno storico campionatore Akai S1100 ed una unità riverbero Lexicon PCM70.
    I missaggi furono eseguiti allo studio Windmill Lane
    da Flood e Lillywhite con un banco SSL.

    Il resto è storia con il disco che viene salutato dalla critica come un capolavoro degno di comparire nel ristretto gruppo dei album migliori di sempre secondo la rivista Rolling Stone, ed uno straordinario successo di vendite di oltre 18 milioni di copie, ma soprattutto con una eredità importante che influenzerà in maniera decisiva migliaia di musicisti e bands negli anni a venire.