• 11Nov


    Nel 1967 siamo in piena stagione psichedelica, in quella seconda metà degli anni ’60 in cui la cultura popolare vive una vera e propria rivoluzione ed in ambito musicale la parola d’ordine è sperimentare in tutto e per tutto.
    All’inizio di quell’anno i Doors pubblicarono il loro primo disco con la Elektra, e pochi mesi dopo registrarono loro secondo, Strange Days, con enormi aspettative dopo che l’album d’esordio era arrivato fino al secondo posto della classifica americana.
    L’ambizione per Morrison e compagni era quella di arrivare al primo posto, e sfuggire alla famosa maledizione del secondo album, che per molti grandi complessi risulta spesso interlocutorio.
    A seguire le registrazioni del disco furono il produttore Paul Rothchild ed il fonico Bruce Botnick, che presso gli studi di registrazione Sunset Sound di Hollywood aveva già lavorato ad alcuni dei più importanti artisti di quell’epoca come i Beach Boys (Botnick aveva lavorato su Pet Sounds), i Buffalo Springfield, Marvin Gaye e le Supremes, tra gli altri.
    Botnick ricorda come nonostante la fama crescente il Sunset Sound fosse uno studio relativamente piccolo, almeno per gli standards di Abbey Road e gli studi della RCA, per cui i fonici si dovevano un pò arrangiare anche per questioni tecniche, non avendo a disposizione tecnici specializzati.
    Botnick è una miniera di informazioni per comprendere come si lavorasse in studio negli anni ’60, e nonostante ami le comodità che la tecnologia offre al giorno d’oggi egli la definisce come un arma a doppio taglio. All’epoca le decisioni sul suono dovevano gioco forza essere prese velocemente e non potevano essere rimandate o aggiustate durante il missaggio, in questo modo si  agiva più istintivamente e senza troppi ripensamenti. Il fonico sostiene invece che, al giorno d’oggi, sono troppe le opzioni e possibilità che la tecnologia offre ed in qualche modo è molto più difficile essere istintivi. Qualche ragione Botnick ce l’ha di sicuro, ma è da dire che la troppa libertà non ha mai fatto male a nessuno…  meglio averne molte di scelte che avere le mani legate!
    Comunque tornando a Strange Days, influenzati dalla atmosfera di grande sperimentazione dell’epoca la band ed il produttore decidono di provare ad utilizzare uno dei primi sintetizzatori Moog di Los Angeles, suonato da Paul Beaver nella title track del disco.
    Le sessioni di Strange Days rispecchiarono, come tutti i dischi dei Doors, la grande attitudine ‘live’ della band, infatti le registrazioni furono eseguite in presa diretta con qualche raddoppio delle parti vocali da parte di Jim Morrison.
    Il mixer degli studi Sunset era una console a 14 canali creata appositamente da Allan Emig, il registratore era un 3M a otto tracce, mentre le casse da studio erano le equivalenti dell’epoca delle Yamaha NS10, cioè le Altec 604E.
    Per chiudere: i microfoni utilizzati nelle sessioni furono i seguenti: per la batteria un Sony C37 come panoramico  posizionato poco sopra ai Toms, un’altro Sony C37 sotto il rullante ed un ALtec-Lansing sulla cassa, due Telefunken U47 per la chitarra e l’organo ed un altor U47 per la voce di Jim Morrison.