• 21Oct

    La storia dei Doors non può ovviamente prescindere dalla storia personale del carismatico cantante Jim Morrison, figura che ha ispirato molte generazioni di amanti della musica, su sui sono stati girati films, documentari e della cui morte non tutti sono convinti.
    La band era passata nel giro di due anni dal completo anonimato del 1966 ai megaconcerti da stadio, diventando il simbolo della ribellione giovanile, che vedeva in Morrison una guida spirituale per il movimento di protesta che stava montando specialmente nelle università.
    Il cantante reagì molto male alla pressione che questo ruolo comportava e si abbandonò ad atteggiamenti auto-distruttivi, che culminarono nell’arresto a Miami nel 1969 per atti osceni durante una esibizione dal vivo.
    I suoi ben noti problemi con alcool e droghe, aggiunti alla depressione, portarono Jim Morrison ad essere all’inizio degli ’70 ‘il fantasma di se stesso’, con scarso interesse per la propria carriera musicale, che avrebbe voluto invece trasformare in una carriera da attore.
    In questa situazione di disagio apparentemente gli altri membri della band non furono di grande aiuto, ed anzi assunsero un atteggiamento fatalistico di fronte alle sregolatezze del loro front man, che spesso non si presentava in sala prove, e che a volte non si faceva vedere nemmeno ai concerti.
    Proprio per questo la band nel 1970/71 erano molto vicini allo scioglimento, ma decisero di registrare un nuvo disco assieme al loro storico produttore Paul Rothchild, che era reduce dai lavori di registrazione di Pearl di Janis Joplin.
    Il ritorno con i Doors fu traumatico per Rothchild: oltre ad avere pochissime idee musicali pronte i musicisti non avevano nessun entusiasmo e nessuna ispirazione.
    Dopo un mese trascorso in sala prove senza risultati Rothchild decise di provare ad entrare in studio di registrazione, precisamente ai Sunset Sound di Los Angeles, sperando in un cambiamento per il meglio.
    Ma non fu così, anzi le cose in studio peggiorarono e la situazione si fece ingestibile. A questo punto Rothchild decise di mollare e lasciare il ruolo di produttore a quel Bruce Botnick che finora era stato il tecnico del suono delle sessioni e che conosceva molto bene i musicisti.
    Per Botnick fu una occasione più unica che rara, che infatti sfruttò a pieno.
    Comprendendo il disagio della band, la sua prima decisione fu di rendere l’atmosfera più libera e meno oppressiva, cercando di andare incontro alle loro particolari esigenze infatti il nuovo produttore installò uno studio di registrazione ‘casalingo’ nei locali della loro sala prove.
    Nella stessa maniera in cui Rothchild era stato critico, arrivando a definire i primi tentativi della canzone ‘Riders on the storm‘ come ‘innocuo jazz da cocktail’, Botnick fu invece disponibile.
    Non più lunghe sessioni in studio alla ricerca della take perfetta, ma un approccio molto libero, a partire dalla strumentazione elettronica utilizzata per la registrazione: a Jim Morrison per esempio fu permesso di utilizzare lo stesso microfono Electro-Voice su cui cantava dal vivo.
    Per rinforzare il suono della band furono chiamati il bassista Jerry Scheff ed il chitarrista ritmico Marc Benno, ed in questo modo Ray Manzarek potè esprimersi al meglio, senza il vincolo di dover suonare le parti di basso con la sua mano sinistra.
    Manzarek potè sperimentò anche nuove soluzioni sonore, come per esempio il fantastico timbro di piano Rhodes presente nella canzone ‘Riders on the Storm‘.
    Proprio quest’ultima canzone è forse la più rappresentativa di L.A. Woman, con le sue atmosfere cupe ed i suoi effetti sonori di pioggia e tuoni.
    Dopo avere finito le riprese, il disco fu mixato ai Poppy Studios, sempre di Los Angeles, su un banco della Quad Eight. Una curiosità che fu che i lavori di missaggio dovettero essere interrotti a causa di un forte terremoto, nel febbraio 1971: alcuni a posteriori interpretarono questo avvenimento come un segno premonitore della prossima morte di Morrison che sarebbe avvenuta di li a breve.