• 18Sep


    Alla fine degli anni ’70 in Inghilterra, esaurito il fenomeno punk, nacquero alcuni generi nuovi ad esso in qualche modo legati come il rock gotico e la new wave. Tra i principali protagonisti di quell’era sono i Cure, che con la canzone A Forest produssero un vero e proprio manifesto di quei generi. In essa atmosfere cupe, ripetitive e cinematografiche, assieme all’assenza di un ritornello cantato concorrono a creare un effetto dilatato e decadente, un suono totalmente nuovo, prodotto grazie alle nuove tecnologie, ai synth in primo luogo oltre che a ritmiche rarefatte ed ipnotiche.
    Tutto l’album Seventeen Seconds, uscito nel 1980, è un classico che sopravvive al passare del tempo e che si fa ancora ascoltare con piacere grazie soprattutto alla ricerca del leader, cantante e produttore Robert Smith, concentrata sull’ottenimento di un suono semplice ed efficace, tramite parti musicali scarne e parti vocali molto eteree e riverberate.
    Nel 1979 i Cure entrano negli studi Morgan a Londra con il fonico e co-produttore Mike Hedges, che smetterà di lavorare con il gruppo dopo il terzo disco Faith perchè “quello non era il tipo di registrazioni dove si sta di buon’umore e si ride, l’atmosfera era talmente depressa da diventare quasi intollerabile, con un pessimismo quasi cosmico che aleggiava sulle sessioni”. Questo voleva dire lavorare con i Cure in quegli anni, essere pronti ad accettare la loro visione del mondo, specialmente di Robert Smith, senza mezze misure.
    Gli studi Morgan erano forniti di una console Harrison a 32 tracce, un registratore a 24 tracce Studer A80 e monitors Urei 813.
    Lo strumento che secondo Hedges definisce il suono di 17 Seconds in maniera più importante è la batteria di Laurence ‘Lol’ Tolhurst, registrata interamente con microfoni C-ducer, un modello a forma allungata che grazie al pattern ipercardioide permetteva una grande separazione di suono: esattamente quello che la band stava cercando perchè in quel modo era possibile aggiungere riverberi ed echi con maggiore libertà durante il missaggio.
    Seguendo la filosofia della totale separazione e di ricercare un suono sterile, i piatti furono sovraincisi e compressi con un limiter 1176.
    Il baso suonato da Simon Gallup fu amplificato da una testata Ampeg SVT, la chitarra di Robert Smith amplificata con un Roland JC120 e registrata da uno Shure SM57 assieme ad un Neumann U47, mentre la tastiera di Matthieu Hartley fu registrata con una Direct Input.
    Grande sforzo fu compiuto nella ricerca di suoni nuovi ed effetti come Flanger e Chorus, tanto che Hedges dichiara che in studio per quelle sessioni avevano a disposizione virtualmente tutti i modelli di tali effetti disponibili sul mercato.
    In A forest infatti ci sono almeno 7 unità di flangers che colorano tutti gli strumenti, dalla chitarra ai piatti. Inoltre fu fatto un grande utilizzo di eco a nastro.
    Come nota finale scriviamo che in tutto le registrazioni di 17 Seconds durarono 7 giorni, sforando il budget di 4 giorni che la casa discografica aveva messo a disposizione della band con sessioni lunghe anche 17 ore consecutive, che ovviamente sfinivano soprattutto il fonico, che durante tali sessioni conosceva ben pochi momenti di pausa.