• 05Oct

    Nel 1986 le classifiche musicali e le radio erano letteralmente dominate da musica pop commerciale, molto omologata e con suoni ‘standard’ simili tra loro: era l’epoca dei rullanti iper-riverberati e del synth pop di plastica dominato dai sequencers.
    Esisteva comunque ancora un fortissimo movimento sotterraneo fatto di bands che rifiutavano lo status quo, di gruppi che combattevano la deriva estrema del music business e delle canzoni usa-e-getta. Tra i protagonisti di questo movimento in Europa c’erano gli Smiths, originari di Manchester, ma trasferiti in una Londra in cui gli echi della new wave e del post punk si stavano affievolendo e forse in cui si potevano già intravvedere le avvisaglie degli anni ’90 e del tentativo di ritornare ad una musica più ‘suonata’.
    Gli Smiths erano l’opposto di quanto veniva abitualmente suonato dalle radio, i loro testi erano colti e provocatori, gli arrangiamenti scarni e basati su chitarre con una quasi totale assenza di tastiere e synth, ed in generale avevano un approccio alla musica molto ‘live’, anche grazie alle capacità teatrali del loro front man, Morrissey, un malinconico, a volte rabbioso, nostalgico degli anni ’50 e del rockabilly.
    Nonostante il vento fosse loro contrario i 4 musicisti riuscirono comunque a ritagliarsi una bella fetta di notorietà, e a diventare vere e proprie icone del rock, tuttora venerate dalle giovani generazioni inglesi come da affermate rockstar. Tra gli altri, Thom Yorke dei Radiohead cita Morrissey come una delle sue influenze più importanti.
    The Queen Is Dead è un disco di attacco al potere, rappresentato dalla monarchia inglese, che circa una decade prima aveva già subito una sferzata simile dai Sex Pistols (God Save the Queen) e che negli anni della Thatcher era spesso visto, assieme al governo, come il responsabile della depressione economica presente in alcune parti dell’Inghilterra.
    Le registrazioni si svolsero agli studi Jacobs a Farnham, nel Surrey, la produzione fu curata dalla band, assistita dal fonico Stephen Street. Gli studi Jacobs sono ancora attivi e si trovava in una stupenda villa di epoca Giorgiana con tanto di piscina ed ogni tipo di comodità, inoltre offrono parecchie opzioni per quanto riguarda le sale in cui registrare: da piccole cabine isolate  a grandi stalle restaurate, con una pastosa acustica naturale che i pavimenti in legno esaltano.
    Per la batteria, Stephen Street ed il batterista Mike Joyce preferiscono registrare la cassa ed il rullante separati dai piatti e dai toms, per facilitare l’esecuzione e per ottenere più controllo sui singoli suoni.
    I seguenti microfoni vengono utilizzati:  un AKG D12 sulla cassa, due Shure SM57 sopra e sotto il rullante, un Neumann KM84 sul charleston, un Sennheiser 421 sul tom, un Neumann U87 sul timpano, e due Neumann U87 come panoramici.
    Subito dopo la batteria si sono svolte le registrazioni della chitarra di Johnny Marr, il vero motore musicale della band, che per l’occasione si inventò un suono basato sul feedback della chitarra, la cui tonalità veniva controllata con un pedale wha-wha. Sul suo Fender Twin furono utilizzati uno Shure SM57 ed un Neumann U87. Il basso di Andy Rourke fu invece ripreso in direct input sul mixer, mentre la voce di Morrissey fu registrata con un Neumann U87.
    Una curiosità riguarda gli strani cori, molto alti di tonalità che sono presenti sul pezzo, così come anche nella canzone Bigmouth Strikes Again: questi cori sono accreditati a tale Ann Coates.. che in realtà è Morrissey! Infatti si tratta della voce del cantante registrata con un AMS Harmonizer, effetto che la traspone di un ottava e mezzo in alto.
    I missaggi si svolsero con la console SSL E dello studio, ed in essi furono utilizzati riverberi della Lexicon oltre che harmonizers della AMS, ma secondo lo stile di Stephen Street gran parte dei suoni erano già stati creati al momento della registrazione, quindi si trattò semplicemente di regolare i volumi dei suoni.