• 25Jun

    Abbiamo velocemente accennato nelle due precedenti parti di questo articolo di quali siano le motivazioni che hanno spinto nel corso degli anni l’industria musicale ad utilizzare una finalizzazione del prodotto in modo da ottenerne una certa omogeneità di suono, ed è a questo proposito importante sottolineare come il processo di mastering sia originariamente nato all’epoca dei dischi di vinile ed in funzione proprio della loro ottimizzazione sonora.
    In piena epoca digitale sono cambiati gli strumenti e le macchine utilizzate ma lo scopo è sempre lo stesso: fare in modo che la musica suoni più o meno nello stesso modo nella maggior parte dei sistemi audio possibili.

    Definito lo scopo generale sono moltissime le cose a cui devono prestare attenzione i tecnici del suono durante il mastering, prima di tutto a non rivoluzionare l’intenzione del missaggio, che rappresenta sempre la visione artistica di chi lo ha eseguito, del produttore e dell’artista, o una loro combinazione.
    E’ fin troppo facile, con la strumentazione professionale che gli studi di mastering hanno a disposizione, stravolgere completamente un missaggio semplicemente applicando effetti come compressione, equalizzazione o quant’altro alle due tracce del mix.
    In realtà nella maggior parte dei casi il modo in cui il segnale viene processato è molto più sottile, tanto che spesso questo procedimento viene paragonato al ‘voodoo‘.