• 24Jun

    Stabilito che nelle situazioni reali di ogni giorno, al di fuori dello studio, non esiste uno standard di ascolto, ma una infinita varietà di possibili situazioni in base a dove la musica viene ascoltata, allora diventa importante cercare di fare in modo che il frutto del proprio lavoro suoni in modo più o meno uniforme nella maggior parte dei sistemi di riproduzione possibili, e specialmente in quelli più tradizionalmente usati nel genere musicale di cui ci si occupa.
    Viene così introdotto un ulteriore grado di complessità al già complicato processo di produzione musicale: esso infatti va approcciato in maniera diversa a seconda del genere musicale e del tipo di media per il quale deve essere ottimizzato.
    Per esempio una colonna sonora cinematografica avrà caratteristiche sonore molto diverse rispetto ad un brano hip hop. Questo perchè, oltre ad essere indirizzati a media differenti, i due brani appartengono a generi che hanno ovviamente i loro standard di suono.

    Considerando quanto detto finora l’industria musicale ha sentito l’esigenza di un ulteriore passaggio di ottimizzazione dell’audio che fuoriesce dagli studi di registrazione, una sorta di ulteriore ‘controllo di qualità’, una omologazione che lo renda il più standard possibile. La definizione di ciò che sia “standard” non è comunque sempre facile ed è anzi spesso oggetto di diatribe, ma ne parleremo in seguito.
    Comunque questo ulteriore anello della catena sono gli studi di mastering, con attrezzature specializzate per questo tipo di compito, ed in cui tecnici audio di solito più preparati della media operano una ottimizzazione nel modo più trasparente possibile, cioè in modo ‘tecnico‘ ed in teoria ‘non artistico‘.