• 23Jun

    Uno dei termini più abusati nel mondo dell’audio è la parola ‘mastering’, che spesso diventa una chiave universale da usare a sproposito ogni qualvolta si applichi un cambiamento ad un missaggio.
    In realtà le cose, come spesso accade, sono più complicate di quello che sembrano e spesso non facilmente definibili. Cercheremo per questo di fare più chiarezza possibile, avvertendo che non è possibile essere esaustivi sull’argomento: se volete, un buon punto di partenza è la lettura dell’eccellente libro di Bob Katz, Mastering Audio, considerato come uno dei più attendibili e completi scritti al riguardo.

    Una delle prime cose di cui un fonico da studio si rende conto è che i suoi riferimenti , i monitors su cui sta lavorando, non sono per nulla assoluti e che nel mondo reale esiste una infinità di sistemi, ognuno con un diverso suono ed una diversa risposta in frequenza.
    Gli impianti audio delle macchine, quelli degli spettacoli dal vivo, i registratori portatili, le radioline, le televisioni, le casse dei computers… solo per citare alcune possibilità, sono molto diversi. Ognuna di queste macchine monta gli speakers e le circuitazioni che il costruttore ha ritenuto più adatto, a seconda della qualità, del prezzo, delle dimensioni e di mille alre variabili.
    Insomma, fuori dall’ordine e dal controllo dello studio di registrazione c’è un mondo di CAOS, con pochi riferimenti e ancora meno regole.