• 05Jun

    Nelle precedenti tre parti di questo articolo abbiamo chiarito l’importanza dello strumento e delle sue condizioni, dell’arrangiamento e dell’ascolto che ha di se il musicista per ottenere un buon suono di chitarra. Vediamo invece ora alcune tecniche di produzione nel dettaglio, per quanto riguarda la chitarra elettrica.
    Una tecnica molto utilizzata per ‘compattare’ il suono è quello di registrare due diverse takes della stessa parte di chitarra con settaggi leggermente diversi sia nell’amplificatore che in eventuali pedalini, in questo modo si ottiene un suono più corposo. Accoppiato al precedente consiglio va quello di utilizzare meno distorsione in studio rispetto a quella che viene usata nelle performance dal vivo. Contrariamente a quanto pensano molti, diminuire la quantità di distorsione può aumentare la potenza percepita nel suono, oltre che renderlo più definito e gestibile dal fonico. Viceversa troppa distorsione può funzionare molto bene dal vivo per generare impatto, ma rendere il suono troppo indefinito in studio di registrazione.
    Più o meno lo stesso discorso vale per il volume dell’amplificatore, anche se le variabili sono moltissime e non si possono applicare regole generali non bisogna mai dare per scontato che il timbro migliore venga sempre ad un volume più elevato o dall’amplificatore più grosso.
    Sicuramente esiste un certo livello minimo al di sotto del quale gli amplificatori non hanno una adeguata resa sonora, ma spesso i chitarristi tendono a pensare che se non si friggono le orecchie allora ‘non suona bene’.
    E’ vero invece il contrario, e se l’amplificatore viene spinto oltre i propri limiti, come nel famoso film quando si dice ‘lo regolo a 11’, il suono può letteralmente ‘rompersi’ e diventare inutilizzabile.