• 18Mar

    Prendete un cd di metà anni 80, per esempio qualcosa dei Cure come ‘Kiss me Kiss me Kiss me’, poi qualcosa degli anni 90, come ‘Mellon collie and the infinite sadness’ degli Smashing Pumpkins ed infine un prodotto recente come ‘Magic’ di Bruce Springsteen, del 2008.
    Se li ascoltate uno di fila all’altro potete facilmente notare come progressivamente il volume della musica contenuta in questi 3 cd sia aumentato fino a diventare MOLTO alto.
    Questo fenomeno, chiamato dagli americani Loudness War (la guerra dei volumi) ha origini diverse e particolari implicazioni che non sono per niente positive per il mondo della musica.

    Innanzitutto le origini, che sono principalmente di tipo psicoacustico ma anche di tipo economico. Vari esperimenti di psicoacustica, la scienza che studia l’influenza del suono sulla psicologia dell’uomo e sulle sue senzazioni, hanno dimostrato che se si alza il volume della musica l’impressione immediata che si ha e che anche la qualità della musica sia innalzata.
    E’ successo così che nella corsa a vendere più copie ed a conquistare il mercato molti produttori abbiano cercato di sfruttare quest’arma sempre di più, in modo da soverchiare la concorrenza dal punto di vista del volume della musica.
    L’idea di base è quella che un ipotetico cliente in un negozio di dischi ascolti una serie di prodotti e sia portato a pensare che quello più chiassoso sia anche il migliore… interessante!
    Si è così venuta a creare una vera e propria battaglia senza esclusione di colpi alcuna per ‘suonare più alti‘ dei propri rivali, fino ai tristi livelli attuali.
    Diciamo ‘tristi’ perchè le conseguenze di questa guerra sono disastrose per la qualità della musica ed ora vi spieghiamo il perchè.
    Il volume di una traccia audio non è infinito, ma limitato da una certa soglia (0 Db) oltre la quale il segnale va in distorsione.
    L’unica maniera per aumentare il volume percepito del suono, una volta raggiunta quella soglia, è di comprimere il segnale, anzi limitarlo con ‘brickwall‘, letteralmente un muro di mattoni . In questo modo si riducono i picchi di dinamica, che quasi sempre corrispondono con i colpi di cassa e rullante, innalzando tutto ciò che sta tra di loro.
    L’effetto di questa operazione sull’audio è sempre stato utilizzato dai fonici e produttori per dare più compattezza ed uniformità al missaggio, tanto che in alcune consoles analogiche della SSL esiste un compressore da attivare direttamente sul mix bus, che veniva chiamato ‘the record button‘ (il tasto che fa il disco, praticamente). Quindi questa tecnica è stata utilizzata per anni senza mai abusarne ed in modo bilanciato, purtroppo oggi le cose sono cambiate ed è impensabile produrre un disco e metterlo sul mercato se non ha subito un trattamento pesantissimo di riduzione di dinamica.
    Il problema è che la prima vittima di questo trattamento iperagressivo è la musica, perchè ridurre drasticamente la dinamica del suono significa ridurre drasticamente il linguaggio della musica, uniformandola e semplificandola. A volte, in certi generi musicali estremi, questo è un obiettivo da ricercare, stiamo pensando a certa musica Techno o ad un certo tipo di canzone pop usa e getta che non ha ambizioni di durare più di una stagione.
    Ma se l’obiettivo dell’artista e del produttore è quello di creare qualcosa che duri nel tempo ed ambisca a diventare un ‘classico‘, qualcosa che la gente ascolterà a distanza di anni nel futuro, allora questo approccio è disastroso perchè semplificandone le sfumature e rendendola un unico blocco di suono una canzone stanca subito. Dopo pochi ascolti crea già un effetto di noia perchè le nostre orecchie, la nostra mente, hanno bisogno di sfumature e dettagli per restare interessati.
    Questo non vuole essere il solito discorso nostalgico del ‘si stava meglio una volta‘, ma una precisa presa di posizione che ha già molti proseliti tra chi ama veramente la musica.
    Per chi fosse interessato ad approfondire con un esempio, c’è un bel video postato su youtube con l’interessante esempio di come una canzone di Paul McCartney degli anni ’80 suonerebbe se fosse sottoposta ad un trattamento moderno. A voi giudicare.