La musica folk/popolare si è sempre incaricata di raccontare storie vere, che appartengono alla gente ed alla Storia con la S maiuscola. Anche se questo genere musicale è quanto mai lontano dalle luci della ribalta e soprattutto dagli interessi del grande music business, esiste un ricco sottobosco di appassionati e di musicisti che lo fanno sopravvivere e che vedono come loro progenitori i grandi folksinger e gruppi musicali degli anni ‘60 come Bob Dylan e The Band, che tra l’altro hanno compiuto parte della loro carriera artistica a braccetto l’uno degli altri.
The Band ha saputo creare dei veri e propri album classici del genere rock/folk, con melodie e testi memorabili, che venivano poi eseguiti in concerti epici, come per esempio nel famoso ‘Last Waltz‘.
Seppure fossero di origini canadesi, i polistrumentisti Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson, seppero rendersi credibili nel rappresentare il grande orgoglio degli stati del sud (Dixie) durante la guerra civile americana del 1800, in struggenti canzoni come appunto The Night they Drove Old Dixie Down.
A Robertson, che scrisse la canzone durante un periodo di residenza proprio negli stati del sud, furono necessari 8 mesi di lavoro per scrivere e prefezionare il testo della canzone, un lavoro di cesello che voleva alla fine rappresentare una alternativa all’immagine del tipico ‘contadino ignorante e razzista del sud’, molto presente nelll’immaginario popolare come per esempio nella canzone ‘Southern Man’ di Neil Young.
Ad assistere il gruppo durante le registrazioni fu chiamato il fonico/produttore John Simon che aveva già lavorato sia per la Columbia Records che per la Capitol Records e che seguì direttamente tutte le sessioni di Big Pink, l’album che contiene la canzone. Inizialmente queste si svolsero agli studi della A&R, in seguito presso quelli della Capitol ed infine nello studio posseduto della band sulle colline di Hollywood.
Presso quest’ultimo poterono utilizzare un registratore ad 8 tracce, monitor della Altec, una camera eco della EMT ed una serie di microfoni tra i quali spiccavano modelli Neumann U87, assieme a più economici Electro-Voice RE15.
Le registrazioni si svolsero in presa diretta, e visto che il mixer si trovava nella stessa sala ripresa non era possibile monitorare i suoni, quindi la tecnica utilizzata fu quella di fare delle veloci prove di registrazione ed ascolto per sentire come i suoni venivano incisi e cambiare la posizione dei microfoni o degli strumenti di conseguenza. Un metodo molto empirico che comunque alla fine funzionò benissimo.
La bravura dei musicisti era veramente notevole infatti non fu necessario editare nessuna parte e ciò che tutt’oggi ascoltiamo è una esecuzione perfetta della canzone, che solo apparentemente è semplice da suonare, infatti il cambio di tempo del ritornello è in realtà molto difficile da eseguire tutti insieme.
Il missaggio si svolse sempre con lo stesso equipaggiamento allo A&R Recording a New York, e furono necessari diversi riversamenti (bounce) per giungere alle 8 tracce finali così suddivise: 2 per la batteria, una per il basso, due per una combinazione stereo di chitarra e piano, ed il resto per voci.
Non era disponibile alcuna automazione quindi ci fu moltissimo lavoro di ’smanettamento’ sui fader e sui cursori, ma questo era il bello della ‘diretta’.
A distanza di 40 anni la canzone, e tutto l’album Big Pink, suonano ancora in maniera splendida… di quante produzioni contemporanee potremo dire lo stesso tra 40 anni?
