• 02Sep



    Nel 1984 le radio di tutto il mondo trasmisero in maniera continua un tormentone che sarebbe anche diventato un simbolo per il movimento gay, si tratta di Relax dei Frankie Goes to Hollywood, una canzone con espliciti riferimenti al sesso che infatti molte emittenti, come per esempio la BBC, si rifiutarono di trasmettere.
    Nonostante la messa al bando, anzi probabilmente proprio grazie alla messa al bando, Relax scalò le classifiche di vendita.
    Dietro al successo della canzone sta la maestria del produttore Trevon Horn, già famoso grazie al successo di Video Killed the Radio Star dei Buggles ed al fatto di essere un membro degli YES.
    Assieme al fonico Steve Lipson, Horn letteralmente reinventò la canzone che i Frankie Goes to Hollywood avevano sempre inteso come molto funky, senza particolari influenze rock, trasformandola in un inno disco-rock anni ‘80.
    Ecco quindi un produttore con una filosofia molto ‘invasiva’, che cioè non si fa problemi a modificare le parti musicali scritte dal gruppo, o a rivoluzionarne le interpretazioni. In sostanza una filosofia opposta a quella della ‘presa diretta’ per esempio di Jim Abbiss (produttore di Arctic Monkeys e Kasabian), e basata su un grosso lavoro sui suoni e sugli arrangiamenti in studio di registrazione.
    La lavorazione del brano durò parecchie settimane, perchè Horn non fu convinto del risultato finale fino a quando il fonico Steve Lipson,  discreto chitarrista, non scrisse puramente per caso una parte di chitarra totalmente nuova, che svoltò la canzone. Questo la dice lunga su quanto pesante sia la mano di Trevor Horn sulle sue produzioni, che all’epoca cominciavano ad arricchirsi di tutta una serie di novità tecnologiche come campionatori, sequencers e drum machines.
    Un altra caratteristica di Horn è l’imprevedibiltà, infatti come racconta Lipson, dopo 3 settimane di lavoro su Relax egli improvvisamente decise di ‘ripartire da capo’, eliminando tutto il lavoro fatto fino a quel momento.
    Nonostante l’approccio ultratecnologico basato su  una Linn 2 Drum machine ed un basso in sequenza il produttore volle registrare tutte le parti strumentali in una unica take, compresa la chitarra suonata dal fonico.
    In sostanza l’unica parte che realmente apparteneva alla band fu la parte vocale del cantante Holly Johnson, e tutto il resto fu prodotto in studio.
    Questo non spaventava assolutamente Horn e neppure le voci circolanti che il gruppo non fosse neppure in grado di suonare le proprie canzoni, e nonostante tutto Relax divenne un enorme successo.

  • 01Sep

    Il primo album degli Arctic Monkeys -Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not-, uscito nel 2006, detiene il record di vendite per una band esordiente in Inghilterra, e diede origine ad un vero e proprio fenomeno mediatico con tanto di premiazioni ai Brit Awards ed oceanici concerti ai festival più importanti in tutta Europa.
    Dietro al successo della band di Sheffield, città di nobili tradizioni musicali che aveva già dato i natali a nomi illustri del rock come Joe Cocker e agli Human League tanto per citarne un paio, si celano la figura discreta e l’aplomb totalmente britannico del produttore Jim Abbiss.
    Abbiss è uno che non ama molto le luci della ribalta e che si è costruito una carriera di assoluto rispetto culminata recentemente con le collaborazioni con i Kasabian e appunto con gli Arctic Monkeys, ma che già era entrato nei favori di molto artisti di fama internazioale come i Massive Attack o DJ Shadow.
    La sua filosofia di lavoro è quella di lavorare a stretto contatto con la band, concentrandosi moltissimo sulle fasi di arrangiamento ‘corale’, per arrivare alla fase di registrazione con pochi dubbi e soprattutto registrando tutti allo stesso momento.
    Come abbiamo già visto in passato questo metodo della cosiddetta ‘presa diretta’ paga quasi sempre di più in termini di feeling e dinamiche musicali rispetto alla classica registrazione in più fasi, strumento dopo strumento,  specialmente quando la band è molto affiatata come sono gli Arctic Monkeys. Addirittura Abbiss in questo caso, avendo già visto la band dal vivo preferì non interferire più di tanto e saltò la fase di pre-produzione. In generale l’unico cambiamento fu un generale rallentamento delle canzoni, visto che le versioni dal vivo erano molto veloci.
    Le registrazioni di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not si svolsero in Lincolnshire al Chapel Studio, in un arco di 15 giorni: praticamente un giorno per canzone, oltre ad un primo giorno per sistemarsi e ad uno finale di smontaggio.
    I musicisti furono disposti tutti in una sola stanza, attorno alla batteria, ognuno con cuffie ed un mini mixer a disposizione per gestire il proprio ascolto in cuffia, addirittura in alcuni casi il cantante Alex Turner registrò le parti vocali in contemporanea al resto della musica: una presa diretta totale.
    Per quanto riguarda l’aspetto tecnico Jim Abbiss fornisce dettagli precisi sulla microfonatura della batteria: un Akg D112 dentro la cassa della batteria, un Elecrovoice RE20 subito fuori dalla cassa, due Shure SM57 sopra e sotto il rullante, Sennheiser MD421 sui toms ed AKg C12 come panoramici. In aggiunta fu posizionato un AKG C451 di fianco al rullante, che per il produttore aveva lo scopo di dare più attacco sia al rullante stesso sia alla cassa.
    In generale comunque un setup assolutamente classico e anche abbastanza economico ad eccezione dei C12.
    Per quanto riguarda le chitarre Abbiss utilizzò quella che definisce la sua ‘combinazione  perfetta’, cioè uno Shure SM57 accoppiato con un Royer 121 posti leggermente fuori asse l’uno rispetto all’altro davanti al cono dell’amplificatore.
    In questo modo, si ottiene la possibilità di equalizzare in maniera naturale il suono della chitarra: se si vuole schiarirlo si alza il volume dello Shure SM57, se lo si vuole scaldare invece si alza il volume del Royer.
    L’amplificatore del basso, un Ampeg Portaflex B15 fu microfonato con un Sennheiser MD41, mentre le parti vocali con un microfono a valvole Neumann M149.

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