• 30Jun



    Per tutti gli appassionati di audio digitale il test che si trova su questo sito rappresenta una sorta di shock, perchè tramite una serie di dimostrazioni pratiche l’autore è riuscito a fare suonare diversi modelli di equalizzatori digitali nello stesso identico modo, questo con il più scientifico dei test: producendo silenzio quando mettendo le due tracce comparate in fase totalmente opposta.
    Vogliamo provare a riprodurre quanto descritto in quella pagina, perchè proverebbe quanto in realtà molte fonti autorevoli sostengono dall’inizio, cioè che molti plugins di emulazione sono soltanto degli interfaccia carini, che assomigliano molto alla loro controparte analogica, ma che alla fine il suono che producono è lo stesso.
    Vi faremo sapere se riusciamo ad arrivare alle stesse conclusioni.

  • 29Jun

    Quasi ogni giorno nasce un nuovo servizio utile per chi vuole usufuire di internet per ascoltare e produrre musica. Spesso questi siti non durano molto, ma lanciano idee interessanti che poi vengono riproposte da altri in maniera più completa.
    Una delle idee più interessanti che recentemente abbiamo scoperto e che sembra anche avere possibilità di durare è il motore di ricerca musicale fliis che, oltre ad una velocità che finora era sconosciuta a tutti gli altri di motori di ricerca musicali, offre anche una buona qualità e completezza di risultati.
    Fliis scansiona una serie di social networks, anche basati su video come youtube o vimeo, ed una serie di siti web e ritorna soltanto i files audio pronti per l’ascolto.
    Se ci si registra sul sito si possono anche salvare le proprie playlists e riascoltarle quando si vuole.

  • 26Jun

    Di solito l’ottimizzazione eseguita durante il processo di mastering si svolge su due piani diversi, uno generale che riguarda l’ottimizzazione del suono e l’altro in particolare che riguarda invece la coerenza dell’insieme dei brani che compongono il cd o la collezione di canzoni.
    Analizzando quest’ultimo il tecnico del suono fa in modo che tutto il materiale del disco, tutte le canzoni, abbiano più o meno lo stesso volume di suono e che non abbiano caratteristiche troppo diverse, insomma che ci sia una certa coerenza di fondo.
    Questo processo può risultare piuttosto complicato e necessita di molta esperienza nel dosare intelligentemente i piccoli cambiamenti che ‘raddrizzano’ ogni canzone verso uno standard che si è stabilito per tutte. Trovare questo standard è di riferimento è una componente difficile  se il materiale è particolarmente disomogeneo e qui entra in gioco l’esperienza del tecnico del suono.

    Sul piano generale dell’ottimizzazione, i fonici di mastering oltre ad avere sempre una notevole esperienza possono usufruire di impianti di ascolto il più ‘neutrali‘ possibile, cioè che colorano il suono il meno possibile, in modo da poter giudicare in maniera oggettiva tutto il materiale e non prendere decisioni alla cieca.
    Fanno parte del loro armamentario equalizzatori du grande precisione, compressori, analizzatori di spettro, ed in generale tutti gli strumenti in grado di agire sul mix bus, ma la loro arma principale sono come al solito.. le orecchie.

  • 25Jun

    Abbiamo velocemente accennato nelle due precedenti parti di questo articolo di quali siano le motivazioni che hanno spinto nel corso degli anni l’industria musicale ad utilizzare una finalizzazione del prodotto in modo da ottenerne una certa omogeneità di suono, ed è a questo proposito importante sottolineare come il processo di mastering sia originariamente nato all’epoca dei dischi di vinile ed in funzione proprio della loro ottimizzazione sonora.
    In piena epoca digitale sono cambiati gli strumenti e le macchine utilizzate ma lo scopo è sempre lo stesso: fare in modo che la musica suoni più o meno nello stesso modo nella maggior parte dei sistemi audio possibili.

    Definito lo scopo generale sono moltissime le cose a cui devono prestare attenzione i tecnici del suono durante il mastering, prima di tutto a non rivoluzionare l’intenzione del missaggio, che rappresenta sempre la visione artistica di chi lo ha eseguito, del produttore e dell’artista, o una loro combinazione.
    E’ fin troppo facile, con la strumentazione professionale che gli studi di mastering hanno a disposizione, stravolgere completamente un missaggio semplicemente applicando effetti come compressione, equalizzazione o quant’altro alle due tracce del mix.
    In realtà nella maggior parte dei casi il modo in cui il segnale viene processato è molto più sottile, tanto che spesso questo procedimento viene paragonato al ‘voodoo‘.

  • 24Jun

    Stabilito che nelle situazioni reali di ogni giorno, al di fuori dello studio, non esiste uno standard di ascolto, ma una infinita varietà di possibili situazioni in base a dove la musica viene ascoltata, allora diventa importante cercare di fare in modo che il frutto del proprio lavoro suoni in modo più o meno uniforme nella maggior parte dei sistemi di riproduzione possibili, e specialmente in quelli più tradizionalmente usati nel genere musicale di cui ci si occupa.
    Viene così introdotto un ulteriore grado di complessità al già complicato processo di produzione musicale: esso infatti va approcciato in maniera diversa a seconda del genere musicale e del tipo di media per il quale deve essere ottimizzato.
    Per esempio una colonna sonora cinematografica avrà caratteristiche sonore molto diverse rispetto ad un brano hip hop. Questo perchè, oltre ad essere indirizzati a media differenti, i due brani appartengono a generi che hanno ovviamente i loro standard di suono.

    Considerando quanto detto finora l’industria musicale ha sentito l’esigenza di un ulteriore passaggio di ottimizzazione dell’audio che fuoriesce dagli studi di registrazione, una sorta di ulteriore ‘controllo di qualità’, una omologazione che lo renda il più standard possibile. La definizione di ciò che sia “standard” non è comunque sempre facile ed è anzi spesso oggetto di diatribe, ma ne parleremo in seguito.
    Comunque questo ulteriore anello della catena sono gli studi di mastering, con attrezzature specializzate per questo tipo di compito, ed in cui tecnici audio di solito più preparati della media operano una ottimizzazione nel modo più trasparente possibile, cioè in modo ‘tecnico‘ ed in teoria ‘non artistico‘.

  • 23Jun

    Uno dei termini più abusati nel mondo dell’audio è la parola ‘mastering’, che spesso diventa una chiave universale da usare a sproposito ogni qualvolta si applichi un cambiamento ad un missaggio.
    In realtà le cose, come spesso accade, sono più complicate di quello che sembrano e spesso non facilmente definibili. Cercheremo per questo di fare più chiarezza possibile, avvertendo che non è possibile essere esaustivi sull’argomento: se volete, un buon punto di partenza è la lettura dell’eccellente libro di Bob Katz, Mastering Audio, considerato come uno dei più attendibili e completi scritti al riguardo.

    Una delle prime cose di cui un fonico da studio si rende conto è che i suoi riferimenti , i monitors su cui sta lavorando, non sono per nulla assoluti e che nel mondo reale esiste una infinità di sistemi, ognuno con un diverso suono ed una diversa risposta in frequenza.
    Gli impianti audio delle macchine, quelli degli spettacoli dal vivo, i registratori portatili, le radioline, le televisioni, le casse dei computers… solo per citare alcune possibilità, sono molto diversi. Ognuna di queste macchine monta gli speakers e le circuitazioni che il costruttore ha ritenuto più adatto, a seconda della qualità, del prezzo, delle dimensioni e di mille alre variabili.
    Insomma, fuori dall’ordine e dal controllo dello studio di registrazione c’è un mondo di CAOS, con pochi riferimenti e ancora meno regole.

  • 22Jun

    Abbiamo già parlato in un precedente articolo di Reaper, un software che si può scaricare gratuitamente per prova, ma che poi se si intende usare professionalmente necessita dell’acquisto di una licenza.
    In questo articolo invece vi vogliamo indicare una opzione totalmente gratuita e di qualità più che dignitosa: si tratta di Audacity, interessantissimo programma open source, ciò il cui codice sorgente è pubblico, ed allo sviluppo del quale partecipano centinaia di programmatori di tutto il mondo.
    Audacity rappresenta una solida piattaforma per chi ha bisogno di eseguire operazioni semplici sull’audio, ma ha potenzialità per fare editing di tipo raffinato.
    Ovviamente gli effetti che vengono inseriti nel programma base sono piuttosto scarni (quasi al limite di essere inutilizzabili), ma è possibile accedere all’universo dei plugins VST grazie ad una espanzione del software.
    Uno dei punti di forza del programma è la semplicità di utilizzo, grazie anche ad un interfaccia molto intuitivo. Ci piaccino anche la possibilità di importare ‘raw data’ cioè dati audio non codificati ed inoltre la presenza di un ‘beat finder’, utile per trovare i transienti ed i pattern ritmici di una traccia audio.
    Provatelo e tenetelo sempre a portata di mano: è gratutito e funziona bene.

  • 19Jun

    Le prime volte in studio di registrazione sono di solito abbastanza traumatiche per un cantante agli esordi, questo perchè la situazione è molto diversa rispetto alla sala prove o alle esibizioni dal vivo. Cerchiamo in questo breve articolo di dare qualche suggerimento utile in modo di non arrivare totalmente impreparati alle sessioni di registrazione.
    La prima differenza è che in studio si utilizzano nel 99% dei casi le cuffie, per non avere rientri, e questo può risultare problematico per chi non vi è abituato. Cantare ed ascoltarsi con le cuffie non è all’inizio naturale rispetto ad una ascolto ‘libero’ e ci vuole un pò di tempo, almeno qualche minuto di assestamento per sentirsi a proprio agio.
    La seconda differenza sta nella qualità dei microfoni, che in studio sono spesso a condensatore e moto dettagliati a differenza dei microfoni dinamici usati in sala prove o nei concerti. I microfoni usati in studio per registrare le voci, come per esempio il Neumann U87 ol’U47, sono molto precisi e dettagliati e possono facilmente intimidire chi non vi è abituato. Diciamo intimidire perchè se per esempio un cantante improvvisamente scopre che ogni volta che muove le labbra, anche minimamente ,il rumore viene intercettato dal microfono allora può sentirsi un pò a disagio e perdere il ‘fuoco‘ della sua interpretazione concentrandosi invece su dettagli che poi andranno persi nel missaggio insieme agli altri strumenti.
    Anche in questo caso è importante spendere qualche minuto per adattarsi alla nuova situazione, lavorando assieme al fonico per trovare i settaggi più adatti.
    Dal punto di vista del fonico infatti è necessario adattare il guadagno del preamplificatore  microfonico ed i settaggi di un eventuale compressore al timbro vocale del cantante.
    Una rapida analisi della voce deve portare alla scelta del microfono più adatto e alla individuazione di eventuali problematiche.
    Tornando al cantante uno degli aspetti su cui deve concentrarsi di più, oltre ovviamente a cantare bene, è la distanza dal microfono durante la sua performance. Un pò di esercizio e di prove valgono più di mille parole per descrivere il famoso ‘effetto prossimità‘, cioè quel rinforzo delle frequenze basse che avviene quando la fonte sonora si avvicina al microfono.
    I più bravi cantanti utilizzano questo effetto per dare maggiore spessore e calore alla propria voce, giocando in equilbrio sulla soglia della distorsione del microfono, ma senza mai superarla: è una capacità tecnica da sviluppare molto importante se si vuole rendere al massimo in studio di registrazione.
    D’altro canto invece, si deve anche imparare ad allontanarsi dal microfono al momento in cui  la parte vocale sale di intensità e di dinamica per non sovraccaricarlo, oppure una soluzione alternativa è quella di girare la testa leggermente di lato in modo da non ‘sparare’ il suono direttamente su di esso.

  • 18Jun

    Le classifiche musicali sono sempre state zeppe di one-hit-wonder, cioè artisti che raggiungono grande celebrità con una singola canzone, ma che non riescono più a replicare, cadendo poi nel dimenticatoio tranne che quando associati a tale canzone.
    Un perfetto esempio di questo tipo di successo ‘mordi e fuggi’ è la splendida canzone ‘Bette Davis Eyes‘ di una fino ad allora semi sconosciuta Kim Carnes, matura trentacinquenne con una voce roca a metà tra Rod Stewart e Janis Joplin.
    Kim Carnes in realtà aveva lavorato sodo negli anni precedenti, diventando una rispettata scrittrice di canzoni e sviluppando una carriera artistica al di fuori del grande successo, ma che l’aveva già portata in qualche occasione nelle posizioni appena oltre la top ten delle classifiche di vendita.
    Il suo disco del 1981 ‘Mistaken identity‘ avrebbe dovuto, nelle intenzioni della EMI, lanciare definitivamente l’artista, perciò a collaborare con Kim Carnes fu chiamato il produttore Val Garay, molto ricercato e co-fondatore di uno degli studi di registrazione più importanti dell’epoca a Los Angeles: il Record One, costruito spendendo oltre 2 milioni di dollari per essere una esatta copia del famoso Sound Factory.
    I due inclusero nel progetto anche il tastierista Bill Cuomo, responsabile della maggior parte degli arrangiamenti del disco, compresa appunto ‘Bette Davis Eyes’, che comunque era una canzone già pubblicata in precedenza in una versione country da Jackie DeShannon che nulla avrà a che vedere con la nuova.
    Val Garay chiamò in studio alcuni musicisti di fiducia e per tre settimane lavorarono alla produzione e registrazione del disco: una strana coincidenza, secondo quanto riportato da Garay stesso è che ‘Bette Davis Eyes’ fu registrata la sera della morte di John Lennon.
    La canzone fu registrata dai musicisti totalmente in presa diretta, compresa la voce di Kim ed il rullante elettronico, per tre volte e, come spesso capita, fu la prima versione quella che poi fu stampata in vinile.
    Garay fece un missaggio provvisorio quella sera stessa (un cosiddetto ‘rough mix‘), ed indovinate un pò? fu proprio quello a finire nel disco.
    A detta del produttore egli passò 4 giorni a provare a riprodurre il feeling di quel primo mix ‘provvisorio’, ma non ci riuscì più.
    Infine andiamo a vedere un pò di dettagli tecnici. Kim Carnes fu registrata con un Neumann U67,  le chitarre invece con uni Shure SM53, mentre tutte le tastiere entrarono direttamente della console API dello studio.
    La cassa della batteria fu registrata con Sennheiser MD421, il rullante con uno Shure SM56, due Telefunken 251 come panoramici, e lo stesso microfono anche per i toms.

  • 17Jun

    Nelle due parti precedenti di questo articolo abbiamo cominciato a descrivere le difficoltà e gli aspetti negativi della vita dei fonici sia da concerto sia da studio di registrazione, questo non per scoraggiare chi voglia avvicinarsi alla professione ma semplicemente per avvertire che non sono sempre tutte rose e fiori.
    Vediamo invece ora quali sono le possibilità offerte per chi vuole imparare la professione. Prima di tutto andiamo a considerare le scuole.
    Le scuole per tecnici del suono ovviamente non sono tutte uguali, anzi si differenziano moltissimo per costi, programmi, tipi di materie insegnate, e quant’altro.
    E’ da sempre dibattuto tra fonici se in generale queste scuole servano a qualcosa ed al riguardo ci sono due posizioni, cioè quelli che sono convinti che  questo tipo di professione non si possa insegnare in una scuola e quelli che invece sono più possibilisti e pur ammettendo che ci vogliono anni per ‘farsi le orecchie‘ credono che una infarinatura generale in una scuola dia un valido punto di partenza.
    Il vero caposaldo da considerare è proprio quello che effettivamente per una persona di medie capacità ci vogliono anni di esperienza per poter poi lavorare ad un livello professionale: alcuni dicono che bastano 2 anni, altri che ce ne vogliono almeno 5. Comunque la si metta nessuno è diventato un fonico in grado di lavorare indipendentemente e professionalmente nel giro di pochi messi. Almeno che si sappia.
    Ci sono comunque motivazioni valide da parte di entrambi gli schieramenti: pochi per esempio sanno che Nigel Godrich (produttore di Radiohead, Beck, Paul McCartney etc) ha frequentato la School of Audio Engineering (scuola di tecnico del suono con sedi in tutto il mondo)?
    Da tenere sempre in considerazione quando si deve scegliere una scuola per fonici sono comunque almeno due importanti dettagli.
    Il primo riguarda l’esistenza di prove pratiche, che sono assolutamente essenziali, e che devono occupare almeno la metà del corso.
    Il secondo dettaglio riguarda l’esperienza degli insegnanti, molte scuole infatti per risparmiare qualificano come insegnanti studenti che hanno appena finito il corso e che hanno pochissima o nulla esperienza di studi di registrazione commerciali e che quindi non possono fornire adeguati insegnamenti agli studenti.

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