• 26Nov



    La storia di Brian Eno si interseca con la storia della musica Rock degli ultimi 35 anni, a partire dal suo debutto come musicista nei Roxy Music fino alla recente attività di produttore discografico, con perle come Viva La Vida dei Coldplay o le collaborazioni con David Byrne.
    Ci sentiamo di dire che l’impronta comune che ha saputo dare ovunque nei suoi lavori è una grande eleganza e raffinatezza, semplice e mai banale, ma che si può anche leggere in profondità e può dare luogo a complesse interpretazioni.
    La critica musicale ama Brian Eno, perchè egli rappresenta quella parte genuinamente artistica dell’industria musicale che rifugge le mode ed i clichès, che non propone sempre la stessa minestra riscaldata e che ama sperimentare e trovare nuove vie.
    Fin dagli esordi con i Roxy Music, ma soprattutto dopo avere abbandonato la band, Brian Eno ha cominciato a costruire un suono nuovo, che è diventato poi il suo marchio di fabbrica, assieme ad una formula di produzione che risulta ancora estremamente attuale, e che resiste a qualsiasi attacco del tempo.
    Ci vorrebbe un intero libro solo per descrivere le sue collaborazioni degli anni ’70 con John Cale e Robert Fripp, oltre che quella storica con David Bowie che è sfociata nella celeberrima ‘trilogia di Berlino’, ossia gli album Low, Heroes e Lodger.
    Eno ha poi saputo passare attraverso gli anni ’80 con risultati non inferiori ai precedenti, imprimendo svolte impensate a gruppi come gli U2 (si pensi a The Joshua Tree ma soprattutto ad Achtung Baby e Zooropa), i Devo (Devo’s Q: Are We Not Men? A: We Are Devo.) ed i Talking Heads (Remain in Light).
    Fino ai giorni d’oggi, se avete ascoltato una qualsiasi canzone di Viva La Vida dei Coldplay o di Safe Trip Home di Dido… sappiate che state ascoltando il lavoro di Brian Eno.
    Tutto questo fa di lui il Produttore, con la ‘P’ maiuscola, ricercato perchè sempre in grado di svelare agli artisti segreti su di loro che essi stessi non conoscevano, capace di guidarli verso l’ispirazione e la qualità.. ma anche verso le classifiche!

  • 21Nov

    Sono ormai più di due anni che gli sviluppatori lavorano per migliorare Reaper un software scaricabile gratuitamente e senza limiti che permetta di registrare in multitraccia, di fare editing sulle singole tracce, di gestire il midi, di mixare ed in generale di fare tutto ciò che serve in uno studio di registrazione audio. In questo Reaper si potrebbe tranquillamente affiancare ai più famosi prodotti a pagamento sul mercato, e senza sfigurare.. anzi!
    Diciamo da subito che in teoria Reaper non sarebbe gratuito, infatti anche se è possibile scaricarlo senza limitazioni per provarlo, nel caso si decida di utilizzarlo è necessaria una registrazione (ed al momento in cui scriviamo un pagamento di 250 dollari per la licenza commerciale o di 50 dollari per quella non commerciale).

    La cosa che colpisce subito di questo programma è la enorme mole di possibilità offerte, e da questo punto di vista l’interfaccia potrebbe essere migliorato perchè molte opzioni non sono chiarissime o sono sepolte sotto vari livelli di menu.
    Ci vuole insomma qualche ora per prenderci un pò la mano, perchè veramente sia a livello audio sia a livello midi le possibilità sono infinite: tutti i tipi di effetto immaginabili, processori di dinamica, supporto per i plugin in formato VST, editor midi avanzato con tutte le classiche funzioni dei sequencers, addirittura un linguaggio di programmazione interno dedicato alla creazione di effetti chiamato JS.
    Il software può funzionare sia su Windows XP, sia su Vista che su OS X, e non necessita di grande potenza da parte del computer in cui è installato (bastano un processore a 500 Mhz e 128 mega di Ram), vi consiglio vivamente di provarlo.

  • 20Nov

    In un ipotetico sondaggio su quale sia il microfono più diffuso negli studi di registrazione lo Shure SM57 vincerebbe a man bassa. Un motivo ci sarà!
    Tra l’altro grazie alla sua solidità esso è anche molto diffuso nei palchi dei concerti e in tutte le situazioni ‘a rischio’ dove microfoni meno resistenti corrono seri pericoli.
    I motivi di tale popolarità sono molteplici, prima di tutto il rapporto qualità/prezzo che permette con poco più di cento euro di acquistare un buon microfono, e poi come abbiamo già accennato la resistenza: è praticamente indistruttibile, e può resistere a pressioni sonore, a percosse e a cadute che distruggerebbero qualsiasi altro esemplare.
    Lo Shure SM57 è un microfono dinamico, messo in vendita per la prima volta nel 1967, con pattern di ricezione a cardioide ed a bassa impedenza, e la sua risposta in frequenza è piuttosto stretta, dai 40Hz fino ai 15.000, quindi niente che possa essere definito ad ‘alta fedeltà’.
    Però funziona, e funziona molto bene in determinate applicazioni, la resistenza ad elevate pressioni sonore ne permette il posizionamento vicino a fonti sonore ad alto volume come i rullanti della batteria o gli amplificatori per chitarra senza che esso subisca alcun danno.

    Questi sono infatti i due utilizzi principali per lo Shure SM57: vicino al rullante, o a strumenti a percussione in genere, e vicino agli amplificatori di chitarra.
    Ma questo non impedisce di sfruttarlo in altre situazioni particolari, la regola è sempre quella di usare le proprie orecchie e provare ad ascoltare caso per caso.
    Per esempio nel caso di alcuni cantanti (specialmente femmine) che hanno un timbro particolarmente ‘acuto’ e /o fuori controllo nelle frequenze alte, l’SM 57 si rivela una scelta azzeccata proprio per la sua non ideale risposta in frequenza.
    Così laddove alcuni ben più costosi microfoni falliscono miseramente, esponendo impietosamente alcuni difetti di timbro o di interpretazione, il nostro invece agisce da ‘filtro‘, addolcendo proprio quelle frequenze alte che definiscono i dettagli più sgradevoli in questo caso.
    Una sorta di riequilibratore di tono, che nascondendo molte sfumature, riesce a rendere tollerabili alcuni picchi di frequenza che altrimenti sarebbero fastidiosi.
    Avete presente la voce del cantante degli Aerosmith, Steven Tyler? Ecco, non sarei stupito di scoprire che un SM57 possa funzionare meglio di alcuni costosi concorrenti in questo caso.

    Un altra caratteristica importante di questo microfono è un forte ‘effetto prossimità‘, cioè una intensificazione delle frequenze medio basse, attorno ai 150/200 Hz, quando esso si trova vicino alla fonte del suono. Proprio per questo motivo è ideale se posizionato a 5 cm da un rullante, perchè oltrechè tollerare il volume del suono (tanto per curiosità provate a mettere l’orecchio a 5 cm dal rullante e dite al batterista di suonare.. anzi meglio di no!), ne rinforza in maniera importante le frequenze che servono a farlo ‘tagliare‘ attraverso il muro di tutti gli altri strumenti.
    Moltissimi fonici cercano una alternativa per microfonare il rullante, e provano di tutto per un certo periodo, dai microfoni a condensatore ad altri tipi dinamici, ma una buona parte di loro alla fine ritorna allo Shure SM57, ed il motivo è sempre lo stesso: funziona!

  • 16Nov

    Uno dei luoghi comuni più diffusi tra gli appassionati, ma spesso anche tra gli addetti ai lavori dell’audio è che il digitale suoni peggio dell’analogico, che in qualche modo la registrazione digitale e/o i processori di segnale digitali manchino d’anima e non riescano a catturare l’essenza e la tridimensionalità del suono come le vecchie bobine.
    Ora, senza volere pendere da una parte o dall’altra, possiamo dire in tutta tranquillità: chissenefrega!
    La realtà, il famoso elefante nella stanza che nessuno vuole vedere, è che si tratta di due approcci, due metodologie di lavoro che non possono essere assolutamente comparate, perchè constano di un insieme di procedure talmente diverse da rendere i risultati non paragonabili.
    Il punto di vista migliore è quello di chi cerca di sfruttare i vantaggi offerti da entrambi i mondi, cioè la velocità e l’elasticità del digitale con la riconoscibilità universale del suono analogico.

    Il punto principale a vantaggio del suono analogico è che le nostre orecchie sono naturalmente abituate ad esso (anche se è tutto da dimostrare per le generazioni di giovanissimi cresciuti con l’ipod e l’mp3), perchè le registrazioni che hanno fatto la storia della musica del secolo scorso sono di questo tipo.
    Certi timbri, certi suoni sono diventati marchi di fabbrica e sono tuttora visti come modelli da imitare: si pensi nell’ambito della musica Rock al famigerato suono della batteria di John Bonham dei Led Zeppelin, oppure a certe atmosfere che solo i nastri di un Mellotron possono evocare. Da questo punto di vista il digitale fa quello che può, cioè copia. Questa copia manca però dell’imprevedibilitò insita nel mondo reale, dove spostare un microfono di 20cm può creare effetti imprevedibili, magari disastrosi, però in qualche modo creativi.
    Al momento questo è proprio ancora il limite maggiore di tutta la tecnologia audio digitale, ma da un altro punto di vista tutta questa prevedibilità si traduce in vantaggi non da poco: facilità di editazione, conservazione perfetta del segnale etc etc

    Tutto questo per dire che in realtà la polemica sulla superiorità dell’ audio analogico o dell’audio digitale, che periodicamente ritorna di attualità, non ha praticamente nessun senso… una persona con un minimo di esperienza saprà sempre quali vantaggi di un mondo o dell’altro sfruttare.